
La basilica è detta Eudossiana perché edificata da Eudossia sposa di Valentinaino III e figlia di una omonima Eudossia, moglie di Teodosio II. Fu detta anticamente Basilica apostolorum, sottintendendovi anche una dedicatio a S. Paolo. Deve la propria origine alle catene che, secondo una tarda tradizione assai dubbia, Eudossia di Teodosio ebbe in dono durante un viaggio a Gerusalemme dai cristiani della città, come le autentiche che avevano avvinto S. Pietro durante la prigionia per ordine di Erode. Eudossia le mandò alla figlia, Eudossi anche’essa, che le recò personalmente al pontefice Leone I.
Il papa volle mostrare alla pia donna le catene che avevano avvinto S. Pietro nel Carcere Mamertino a Roma, ritrovate da S. Balbina, figlia di S. Quirino, il carceriere battezzato da S. Pietro appunto nel Mamertino insieme ai Ss. Processo e Martiniano. Le due catene, giunte a contatto, si fusero miracolosamente insieme e nulla poté disgiungerle. In memoria di questo fatto fu edificata, nell’anno 442, la chiesa di S. Pietro in Vincoli. Le catene vengono ancora oggi mostrate solennemente ai fedeli ogni primo agosto.
Rifatto da papa Adriano nel 790 circa, fu restaurata ancora da Sisto IV e Giulio II che l’afficò ai Canonici regolari lateranensi che tuttora l’officiano. La chiesa conserva insigni memorie artistiche e storiche fra le quali, un antico mosaico nel quale S. Sebastiano è curiosamente ritratto con la barba e con volto da vecchio; vi sono sepolti Antonio e Pietro Pollaiolo (per un certo tempo si attribuì loro la custodia delle catene che ulteriori studi hanno invece attribuito ad altra mano) e nel 1876 si ritrovò il sarcofago contenente le ceneri dei sette fratelli Maccabei, come testimoniano le due lamine di piombo con una lunga epigrafe. Ma il capolavoro conservato nella chiesa è il Mosè di Michelangelo; è a famosa statua che era destinata ad ornare a tomba di Giulio II e contro la quale l’artista lanciò il suo scalpello intimandogli di “parlare”.
S. Pietro in Vincoli è legata anche alla tradizione giottesca. Sappiamo che tre sono le leggende relative al famoso pittore ed agli inizi della sua carriera artistica: la famosissima O, la pecora dipinta su di un sasso sotto gli occhi di Cimabue ed una mosca che Giotto avrebbe dipinto su di una testa del Battista, opera di un suo presunto maestro romano. Costui, tornato allo studio, avrebbe tentato di cacciar via la mosca, perché tanta era la perfezione del dipinto che ‘aveva presa per vera. Ebbene, nella sacrestia, è conservato il quadretto con la mosca di Giotto; che tutto sia leggenda appare evidente dal fatto che il quadretto non può essere stilisticamente anteriore al Quattrocento. Notevoli pitture del Domenichino, del Guercino e di altri sommi artisti adornano la chiesa nella quale sono altresì sepolti Niccolò Cusano, il miniaturista Giulio Clovio, il cardinale Cinzio Aldobrandini. In questa chiesa furono creati due papi: Giovanni II ed il grande Ildebrando di Soana, Gregorio VII. Nel convento annesso, opera del Sangallo ed oggi sede della Facoltà di Ingegneria e Fisica dell’Università di Roma, si conserva ancora un bellissimo pozzo che alcuni vogliono opera del Buonarroti e altri di Simone Mosca.
(Il brano è tratto da: Rendina C., Paradisi D. (2004), Le strade di Roma, Newton & Compton Editori, Roma)
| Indirizzo: | Piazza di San Pietro in Vincoli - 00184 Roma |
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