VIA PANISPERNA

L’origine di questo toponimo è molto oscura. Secondo un’interpretazione tradizionale si pensa che discenda dall’uso che avevano i frati della chiesa di S. Lorenzo di erogare ai poveri, in certe circostanze, panis et perna cioè pagnottelle di pane e prosciutto. Si parla anche di proprietà che vi avrebbero avuto due famiglie, che esistettero veramente, i Pane ed i Perna; ed è la fusione dei due cognomi che avrebbero dato luogo al toponimo. Secondo l’Armellini deriverebbe dal cognome gentilizio Perpennia, che egli afferma di aver trovato su una lapide in una cappellina della chiesa, andata però perduta. Per il Blasi Panisperna sarebbe corruzione di Palisperno, cioè palis (pali o verghe) e sterno (distendo), per cui sarebbe un riferimento a S. Lorenzo «messo a bruciare sui ferri». Peraltro in una bolla di Giovanni XII la chiesa è detta Parasperna; sperno vale per “separo” e quindi si potrebbe pensare a un vicus spernens ovvero “separante” e quindi “di confine” donde para spernens, cioè “vicino al confine”. Probabilmente la chiesa era tra due territori appartenenti a distinti monasteri.
La via, lunghissima, attraversa con i saliscendi i tre colli del Quirinale, Viminale ed Esquilino, con un suo fascino fra edifici non monumentali ma nel complesso piacevoli e caratterizzanti. Tipico il settore sud-occidentale, che scende dal Viminale e risale sul Quirinale; quasi tutte le case che lo fiancheggiano formano un insieme compatto del periodo barocco, come ad esempio l’edificio al n. 207. Si tratta di un edificio semplice e nobile; originale la sovrapporta con misteriose figure, bello lo sfondo del cortile, con la grande nicchia-fontana sorvegliata da due telamoni vagamente fauneschi, dal sorriso sottile e malizioso. Nell’atrio e nel cortile notiamo alcuni resti d’età imperiale: una statua mutila, rocchi di colonne, un sarcofago scolpito.
Il palazzo al n.210, ha un bel piano nobile a finestre barocche con capricciose testine di donne; vi si legge l’iscrizione: «Satis Beatus Unicis Sabinis». Di fronte, al n. 88, vi è un palazzotto ancora più decisamente barocco, eretto tra la fine del ‘600 e i primi anni del ‘700: semplice il portale ornato da stemma, ben rifinite le finestre dei tre piani con testine, fregi, conchiglie. A sinistra, dopo due case semplici (nn. 213-215), vi è un palazzotto formato da due corpi ben distinti (nn.218-220), ma che hanno in comune il cornicione ornato e una specie di altana.
Villa Aldobrandini. Allorché fu venduto palazzo Doria Pamphilij in piazza Navona, gli Aldobrandini ebbero da Clemente VIII la villa che il duca Urbino della Rovere si era fatto costruire nel XVI secolo. Rifatta da Carlo Lambardi, fu il centro mondano di Roma napoleonica. Nel 1929, quando la villa passo agli Aldobrandini in proprietà del governo italiano, divenne sede dell’Istituto Internazionale per l’Unificazione del Diritto Privato, che vi è ancor oggi ospitato e possiede una ricchissima biblioteca specializzata.
La villa ha un ingresso sulla via Mazzarino, per una scalinata attraversante ruderi del II e III secolo, che porta ad un giardino sopraelevato sul quale si affacciano tre padiglioni: da uno di essi fu tolto il celebre affresco detto appunto Nozze Aldobrandine e trasferito in Vaticano.
Notevole il ninfeo formato da un piano superiore con la loggia a tre arcate, ognuna delle quali contiene uno zampillo d’acqua, ornato da antiche statue romane e con sulla fronte un tempietto sormontato dallo stemma Aldobrandini sotto al quale è posta una statua di Venere. Davanti alla dea zampilla un alto fiotto d’acqua.
(Il brano è tratto da: Rendina C., Paradisi D. (2004), Le strade di Roma, Newton & Compton Editori, Roma)
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