VIA DELLE QUATTRO FONTANE

La via ripercorre il tracciato dell’antico Malum Punicum della IV Regione augustea e dalla piazza Barberini sale alla via Venti Settembre per ridiscendere poi fino alla via Nazionale. Sulla sommità, quattro fontane addossate ai quattro angoli dei palazzi finitimi, hanno dato il nome alla via. Al n. 159, abitò Gabriele D’Annunzio con la bellissima moglie, Maria Hardouin di Gallese, ed i figli Mario (il «Malnato»), Gabriellino e Veniero. Numerose le chiese demolite sulla via.
Le Quattro Fontane. Allorché Sisto V ebbe aperto la sua via Felice, volle che il coronamento di essa, prima di discendere verso l’Esquilino, fosse adornato da quattro statue di santi poste ognuna ad un canto del quadrivio.
Alle statue di santi furono preferite da Domenico Fontana quattro fontane che, se non hanno nulla di artistico, rendono però pittoresco il luogo in cui sono state collocate. Danno il nome alla via e rappresentano il Tevere, l’Aniene (o, secondo alcuni, l’Arno), la Fedeltà e la Fortezza. Quest’ultima si dice sia opera di Pietro da Cortona, ma l’attribuzione è da escludere, poiché la fontana non mostra alcuno dei caratteri tipici di Pietro Berrettini mentre, semmai, è da attribuirsi al Cortonese la finestra che è dietro la statua giacente. Le statue sono in travertino e giacciono in nicchioni, accompagnate da un pittoresco sfondo di alberi e grotte. Gli autori non sono conosciuti ma non è improbabile che Pietro da Cortona abbia fatto dei disegni, mal eseguiti da decadenti artisti seicenteschi.
Palazzo Barberini. Gemma della via delle Quattro Fontane, l’imponente palazzo fu fatto costruire nel 1624 dai Barberini, poco dopo l’avvento al trono papale di Urbano VIII, stimando non più confacente alla dignità della casata, la dimora invero modesta sulla piazza del Monte di Pietà. Sorge su parte dell’area occupata anticamente dal Circo di Flora, proprietà del cardinale Carpi, poi Sforza. Primo architetto ne fu il Maderno, del quale però è rimasto soltanto il piano generale del palazzo; gli successe il Borromini che fece la parte di fondo, la rampa, la scala a chiocciola e la facciata posteriore. Tutto il resto è del Bernini che, per quanto riguarda la parte di fondo, lasciò quanto aveva fatto il Borromini, ma creò un altro disegno per le finestre, raggiungendo un originalissimo e bellissimo effetto.
Pietro da Cortona affrescò il gran salone del primo piano con il famoso Trionfo Barberini nel quale dipinse le api – emblema araldico della famiglia – molto grosse affinché si vedessero dal basso, ma che sembrano più dei tacchini. Il grande leone, che si vede da un lato dell’affresco, ha un occhio “vero”, nel senso che è aperto e corrisponde ad una stanzetta, dalla quale si può guardare nella sala senza esser visti. È un vezzo che si ritrova spesso nei palazzi anche più antichi, come nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio in Firenze e nel Palazzo Ducale di Urbino. Serviva per sorprendere servi infedeli o congiurati nascosti in attesa del colpo contro il signore del luogo.
Gli edifici del palazzo sono congiunti ai giardini per mezzo di due ponti e nel giardino esistevano un antico tempietto detto Capitolium Vetus e l’obelisco che oggi fa bella mostra di sé sulla terrazza del Pincio. Celebratissima la biblioteca, oggi in Vaticano. […]
Il palazzo costò molto e naturalmente la satira romanesca – già agguerrita contro papa Urbano ed i suoi per le gran tasse e le grandi spese non ritenute giustificate dal popolo – si scatenò; numerosissime furono le pasquinate barberiniane.
L’ultima fu dettata da Pasquino per la tomba di «papa Gabella»:
Pauca haec Urbani sint verba incisa sepulchro:
Quam bene pavit Apes, tam male pavit Oves
che l’Amayden tradusse così:
Questo d’Urban si scriva al monumento:
Ingrassò l’Api e scorticò l’armento.
(Il brano è tratto da: Rendina C., Paradisi D. (2004), Le strade di Roma, Newton & Compton Editori, Roma)
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